Recesso nelle s.p.a.

(a cura di Alessandra Paolini)

 

Codice Civile

Riforma

2437. (Diritto di recesso). I soci dissenzienti dalle deliberazioni riguardanti il cambiamento dell’oggetto o del tipo della società, o il trasferimento della sede sociale all’estero hanno diritto di recedere dalla società e di ottenere il rimborso delle proprie azioni, secondo il prezzo medio dell’ultimo semestre, se queste sono quotate in borsa, o, in caso contrario, in proporzione del patrimonio sociale risultante dal bilancio dell’ultimo esercizio.

La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata dai soci intervenuti all’assemblea non oltre tre giorni dalla chiusura di questa, e dai soci non intervenuti non oltre quindici giorni dalla data dell’iscrizione della deliberazione nel registro delle imprese.

È nullo ogni patto che esclude il diritto di recesso o ne rende più gravoso l’esercizio.

2437. (Diritto di recesso). Hanno diritto di recedere, per tutte o parte delle loro azioni, i soci che non hanno concorso alle deliberazioni riguardanti:

  1. la modifica della clausola dell'oggetto sociale, quando consente un cambiamento significativo dell'attività della società;

  2. la trasformazione della società;

  3. il trasferimento della sede sociale all'estero;

  4. la revoca dello stato di liquidazione;

  5. l'eliminazione di una o più cause di recesso previste dal successivo comma ovvero dallo statuto;

  6. la modifica dei criteri di determinazione del valore dell’azione in caso di recesso;

  7. le modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione.

Salvo che lo statuto disponga diversamente, hanno diritto di recedere i soci che non hanno concorso all'approvazione delle deliberazioni riguardanti:

  1. la proroga del termine;

  2. l'introduzione o la rimozione di vincoli alla circolazione dei titoli azionari.

Se la società è costituita a tempo indeterminato e le azioni non sono quotate in un mercato regolamentato il socio può recedere con il preavviso di almeno centottanta giorni; lo statuto può prevedere un termine maggiore, non superiore ad un anno.

Lo statuto delle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio può prevedere ulteriori cause di recesso.

Restano salve le disposizioni dettate in tema di recesso per le società soggette ad attività di direzione e coordinamento.

È nullo ogni patto volto ad escludere o rendere più gravoso l’esercizio del diritto di recesso nelle ipotesi previste dal primo comma del presente articolo.

 

 

Come previsto dalla legge delega, risultano ampliate le cause di recesso, delineando il diritto di recesso come un estremo, ma efficace, strumento di tutela del socio nei confronti di cambiamenti sostanziali della struttura o dell’attività societaria. Il rafforzamento dello strumento del recesso mira a ridurre le potenziali conflittualità nei rapporti tra maggioranza e minoranza.

La giurisprudenza, nonostante i tentativi di apertura sostenuti da parte della dottrina, tendeva a considerare tassative le ipotesi di recesso legislativamente previste (Cass. n. 5790, 1980).

Si registra un cambiamento della nozione utilizzata per individuare i soggetti legittimati ad esercitare il recesso: quella di "soci dissenzienti" viene, infatti, sostituita da quella di "soci che non hanno concorso alle deliberazioni" (quindi i soci assenti, contrari o astenuti). Si recepiscono, in sostanza, gli orientamenti dottrinari e giurisprudenziali che ritenevano, ai fini dell’applicazione dell’art. 2437, "dissenzienti" anche i soci assenti (Frè; in ogni caso, è il tenore testuale dell’art. 2437, secondo comma, vecchio testo, con il riferimento ai "soci non intervenuti", a confermare tale interpretazione), e talora i soci astenuti (Belviso, Frè; contra: Cottino), o coloro i quali avevano ottenuto l’annullamento del proprio voto (Ferrara - Corsi).

Si segnala una recente pronuncia della Cassazione (12 luglio 2002, n. 10144), che ribadisce un’opinione consolidata, in base alla quale il creditore pignoratizio delle azioni (ancorché ad esso competa l’esercizio del diritto di voto anche nelle deliberazioni da cui deriva il diritto di recesso del socio) non è legittimato ad esercitare il diritto di recesso, configurandosi questo come un atto di disposizione in ordine alla partecipazione societaria, di esclusiva competenza del socio. Tuttavia, data l’attribuzione del diritto di voto al creditore pignoratizio (o all’usufruttuario), l’attribuzione del diritto di recesso del socio dipende unicamente dalle scelte operate nell’esercizio del diritto di voto da parte dei soggetti legittimati (e qualora questi siano consenzienti, il diritto di recesso non può essere esercitato).

Si evidenzia, inoltre, la concessione della facoltà di esercitare il recesso parziale: la nuova disciplina tende a porre al suo centro l’azione, più che la persona del socio. Di conseguenza, si ritiene "coerente che, mutato il quadro dell’operazione, il socio voglia rischiare di meno, ma continuare ad essere socio" (cfr. Relazione).

Le cause di recesso sono suddivisibili in tre categorie:

  1. cause di recesso inderogabili (art. 2437, comma primo e terzo);

  2. cause di recesso dispositive, ossia previste in principio, ma derogabili statutariamente(art. 2437, secondo comma);

  3. cause di recesso determinabili dallo statuto, solo per le società che non fanno ricorso al capitale di rischio (art.2437, quarto comma).

Una particolare menzione merita il terzo comma dell’art. 2437: tale disposizione deve essere necessariamente coordinata con l’art. 2328, comma primo, n. 13, che prevede la possibilità di costituire società a tempo indeterminato.

La facoltà di recesso ad nutum rappresenta l’applicazione di principi consolidati in materia di contratti a tempo indeterminato.

Se la società è costituita a tempo indeterminato, lo statuto deve prevedere "il periodo di tempo, comunque non superiore ad un anno, decorso il quale il socio potrà recedere"( art. 2328, comma primo, n. 13).

L’art. 2437 integra tale principio, disponendo un preavviso di almeno centottanta giorni, con facoltà di portarlo statutariamente fino al termine massimo di un anno.

Le due norme, in apparente contrasto, operano su due piani diversi: l’art. 2328 concede la facoltà di eliminare, solo per il primo anno di vita della società, il diritto di recesso (ferma l’operatività del primo comma dell’art.2437); l’art.2437, terzo comma, disciplina il preavviso.

Resta un dubbio interpretativo: se il preavviso possa essere dato prima dello spirare del termine ex art. 2328, comma primo, n.13, qualora il recesso sia destinato ad operare in data successiva a detto termine. Sembra preferibile la risposta affermativa.

Il terzo comma dell’art. 2437 c.c., tuttavia, non attribuisce il diritto di recesso ai soci di società quotate in un mercato regolamentato e costituite a tempo indeterminato.

Dal punto di vista sistematico, tale esclusione rappresenta una forte innovazione,in quanto si elimina il tradizionale contrappeso (recesso ad nutum) proprio di tutte le obbligazioni di durata indeterminata.

La ratio di tale esclusione risiede, tuttavia, nella volontà di salvaguardare l’integrità del capitale sociale delle società quotate (cfr. anche, in questo senso, il quarto comma dell’articolo in commento), in relazione al fatto che, dato il facile disinvestimento dei titoli azionari negoziati su mercati regolamentati, la posizione del socio non risulta pregiudicata.

Deve, però, sottolinearsi il mancato coordinamento con il citato art. 2328, comma primo, n. 13 c.c.: ne risulta l’incongruenza per cui l’atto costitutivo di una società quotata deve prevedere "il periodo di tempo decorso il quale il socio potrà recedere", ma, di fatto, tale recesso non potrà mai essere esercitato.

Il quinto comma fa salve le disposizioni dettate in tema di recesso per le società soggette ad attività di direzione e coordinamento (art. 2497 quater).

L’ultimo comma sancisce la nullità dei patti che escludano il diritto di recesso o ne rendano più gravoso l’esercizio, nelle ipotesi previste dal primo comma. Tale limitazione ribadisce il carattere inderogabile delle cause di recesso disciplinate dal primo comma, ma, in realtà, non appare coerente con l’impianto complessivo dell’istituto.

La lettera e) del primo comma attribuisce il diritto di recesso in caso di "eliminazione di una o più cause di recesso previste dal successivo comma ovvero dallo statuto". Quindi, da un lato, si attribuisce il diritto di recesso a seguito di formale eliminazione di una causa di recesso dispositiva o statutaria; dall’altro, non si sanziona con la nullità un accordo di qualsiasi natura volto a svuotare sostanzialmente tale diritto.

Ipotesi di recesso

Esaminando in dettaglio le cause di recesso, si osserva che anche il novero delle cause inderogabili risulta aumentato. Esse sono le seguenti:

N.B.: Solo le cause di recesso previste dalle lettere a), b), c), d) del primo comma dell’art. 2437 sono richiamate dal quinto comma dell’art. 2369 (quorum rafforzato in seconda convocazione, per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio), insieme all’ipotesi di emissione di azioni privilegiate.

Le cause di recesso dispositive, ossia previste per legge, ma derogabili statutariamente, sono le seguenti:

La deliberazione di proroga deve essere assunta, in seconda convocazione, con il quorum rafforzato ex art. 2369, quinto comma.

 

Cause di recesso determinabili dallo statuto:

 

Cfr. art. 2437. (Diritto di recesso), secondo comma

La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata dai soci intervenuti all’assemblea non oltre tre giorni dalla chiusura di questa, e dai soci non intervenuti non oltre quindici giorni dalla data dell’iscrizione della deliberazione nel registro delle imprese.

2437-bis. (Termini e modalità di esercizio). Il diritto di recesso è esercitato mediante lettera raccomandata che deve essere spedita entro quindici giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della delibera che lo legittima, con l'indicazione delle generalità del socio recedente, del domicilio per le comunicazioni inerenti al procedimento, del numero e della categoria delle azioni per le quali il diritto di recesso viene esercitato. Se il fatto che legittima il recesso è diverso da una deliberazione, esso è esercitato entro trenta giorni dalla sua conoscenza da parte del socio.

Le azioni per le quali è esercitato il diritto di recesso non possono essere cedute e devono essere depositate presso la sede sociale.

Il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se, entro novanta giorni, la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società.

 

La modalità di esercizio rimane la medesima, cioè la comunicazione con lettera raccomandata (la dichiarazione di recesso è un atto unilaterale ricettizio).

Non si distingue più, però, tra soci intervenuti e non intervenuti all’assemblea: per tutti, la dichiarazione di recesso deve essere spedita alla società entro quindici giorni dall’iscrizione della deliberazione nel registro delle imprese.

Data la facoltà di esercitare il recesso parziale, si richiede la precisazione del numero e della categoria delle azioni per le quali si esercita il recesso.

Se il fatto che legittima il recesso non è una deliberazione, esso deve essere esercitato entro trenta giorni dalla sua conoscenza da parte del socio. Sembra che tale ipotesi debba riferirsi esclusivamente alle "ulteriori cause di recesso" che possono essere previste dallo statuto delle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.

Tale formulazione, forse, potrebbe portare alcuni ad avanzare l’ipotesi che sia stata data una qualche rilevanza al "mutamento di fatto" dell’oggetto sociale. Si osserva che, in genere, tale mutamento non è repentino, ma è verificabile solo attraverso una valutazione a posteriori dell’attività della società, e non è quindi immediatamente riconducibile ad un "fatto" di cui il socio possa venire a conoscenza (salva, forse, l’ipotesi di assunzione di partecipazioni oltre i limiti previsti dall’art. 2361; ma anche in questo caso è necessario un procedimento valutativo). In ogni caso, in ragione della formulazione dell’art. 2437, primo comma lett. a), nonché della diversa scelta operata in materia di s.r.l. (cfr. commento sub art. 2437, primo comma lett. a)), tale interpretazione non sembra sostenibile.

Recesso legittimato da un "fatto" diverso da una deliberazione è quello esercitato ex art. 2437, terzo comma; ma, in questo caso, non esiste un "fatto" di cui il socio debba venire a conoscenza.

Le azioni per le quali è esercitato il diritto di recesso, in vista dello svolgimento del procedimento di liquidazione (art. 2437 quater), non possono essere cedute e devono restare depositate presso la sede sociale.

In caso di revoca della deliberazione che legittima il recesso, questo non può più essere esercitato e, se già esercitato, perde efficacia (in questo senso in dottrina, prima della riforma, v. Corsi, Ferrara jr., Frè, Grippo; dell’opinione che il diritto di recesso perda efficacia anche in caso di annullamento della delibera, v. Corsi, Ferrara jr., Grippo. La giurisprudenza di merito ha talvolta negato che la revoca della delibera possa essere efficace nei confronti del socio recedente). La fissazione di un termine (novanta giorni) entro il quale la delibera può essere revocata introduce un elemento di certezza nei rapporti tra società e soci.

Sembra possibile ritenere ostativa all’esercizio del recesso non solo una delibera di revoca esplicita, ma anche l’adozione di una delibera sostitutiva di contenuto tale, da comportare una revoca implicita della deliberazione assunta.

Il recesso non può più essere esercitato neppure in caso di deliberazione di scioglimento. Come sostenuto dalla dottrina prevalente, lo scioglimento della società incide necessariamente sul rapporto sociale ancora in atto, impedendo l’operatività del recesso. Lo scioglimento del contratto sociale, infatti, pur non determinando l’eliminazione del gruppo sociale come collettività organizzata, causa un mutamento nella direzione dell’attività: essa non è più volta all’esercizio di un’attività lucrativa, ma alla definizione dei rapporti giuridici pendenti.

Quindi, essendo il contratto ormai sciolto, manca la possibilità stessa del funzionamento delle cause di scioglimento del singolo rapporto sociale (Ferri).

Cfr. art. 2437. (Diritto di recesso), primo comma, seconda parte.

I soci (…) hanno diritto di recedere dalla società e di ottenere il rimborso delle proprie azioni, secondo il prezzo medio dell’ultimo semestre, se queste sono quotate in borsa, o, in caso contrario, in proporzione del patrimonio sociale risultante dal bilancio dell’ultimo esercizio.

2437-ter. (Criteri di determinazione del valore delle azioni). Il socio ha diritto alla liquidazione delle azioni per le quali esercita il recesso.

Il valore delle azioni è determinato dagli amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del soggetto incaricato della revisione contabile, tenuto conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell’eventuale valore di mercato delle azioni.

Il valore di liquidazione delle azioni quotate su mercati regolamentati è determinato facendo esclusivo riferimento alla media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi che precedono la pubblicazione ovvero ricezione dell'avviso di convocazione dell'assemblea le cui deliberazioni legittimano il recesso.

Lo statuto può stabilire criteri diversi di determinazione del valore di liquidazione, indicando gli elementi dell’attivo e del passivo del bilancio che possono essere rettificati rispetto ai valori risultanti dal bilancio, unitamente ai criteri di rettifica, nonché altri elementi suscettibili di valutazione patrimoniale da tenere in considerazione.

I soci hanno diritto a conoscere la determinazione del valore di cui al secondo comma del presente articolo nei quindici giorni precedenti alla data fissata per l’assemblea; ciascun socio ha diritto di prenderne visione e di ottenerne copia a proprie spese.

In caso di contestazione da proporre contestualmente alla dichiarazione di recesso il valore di liquidazione è determinato entro novanta giorni dall’esercizio del diritto di recesso tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente; si applica in tal caso il primo comma dell’articolo 1349.

Si rileva un profondo mutamento dei criteri di determinazione del valore delle azioni.

Per quanto riguarda le azioni quotate su mercati regolamentati, non si rilevano mutamenti sostanziali, salvo alcune precisazioni, che risolvono controversie interpretative insorte nel vigore del precedente regime:

La valutazione è più complessa per quanto concerne le società non quotate.

La disciplina previgente risultava fortemente penalizzante per il socio uscente, in quanto il valore di liquidazione doveva essere determinato sulla base del valore formale delle azioni risultante dal bilancio, e cioè sostanzialmente sulla base del capitale netto. Nonostante alcuni tentativi operati dalla dottrina di sganciare la valutazione dai rigidi schemi del bilancio di esercizio, in modo da rendere la stessa più aderente alla situazione patrimoniale effettiva (Frè, Graziani), il dato testuale rendeva tali soluzioni inaccettabili (Ferri).

Del resto, l’iniquità nasceva dall’esigenza di conciliare l’intento liquidatorio del socio uscente, con quello di proseguimento dell’attività della società. Pertanto, fin quando la società è in vita, si riteneva di dover privilegiare l’integrità del capitale sociale e la tutela dei creditori, valori che sarebbero risultati irrimediabilmente compromessi estendendo il diritto del socio alla restituzione di un quid pluris rispetto al capitale netto e alle riserve accantonate, in quanto ciò avrebbe integrato la distribuzione di plusvalenze non ancora realizzate (Ferri).

La riforma, invece, introduce dei criteri che mirano alla liquidazione di un valore assai più vicino a quello effettivo della partecipazione.

Il valore è determinato dagli amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del soggetto incaricato della revisione contabile, tenuto conto:

Nello statuto possono essere determinati criteri diversi di determinazione del valore di liquidazione, indicando gli elementi dell’attivo e del passivo del bilancio che possono essere rettificati rispetto ai valori risultanti dal bilancio, unitamente ai criteri di rettifica, nonché altri elementi suscettibili di valutazione patrimoniale da tenere in considerazione. Ne risulta, quindi, la possibilità di tener conto di valori che precedentemente non potevano essere dedotti, quale ad esempio l’avviamento.

Un mutamento così radicale dei criteri di valutazione, in apparenza fortemente lesivo dell’integrità del capitale sociale e della garanzia dei creditori, non può essere compreso se non in relazione al nuovo procedimento di liquidazione (v. art. 2437 quater).

Il quinto comma dispone che i soci hanno diritto di prendere visione e di ottenere copia, a proprie spese, della determinazione del valore di liquidazione delle azioni nei quindici giorni precedenti la data fissata per l’assemblea.

Da ciò si desume l’obbligo, per gli amministratori, di redigere e di depositare, presso la sede sociale, apposita documentazione prima di ciascuna assemblea che abbia ad oggetto modificazioni statutarie da cui derivi il diritto di recesso del socio.

In tal modo, il socio viene messo in condizione di valutare, prima della deliberazione, la convenienza della stessa e dell’eventuale recesso, esercitando così il proprio voto in maniera più consapevole.

La lettera della norma non precisa, però, se l’elemento di cui i soci debbano essere portati a conoscenza prima dell’assemblea (e cioè "la determinazione del valore di liquidazione") sia il semplice risultato del procedimento valutativo (e quindi un mero valore economico), oppure il procedimento valutativo stesso (dando conto, quindi, dei criteri utilizzati).

Il valore di liquidazione può anche essere oggetto di contestazione (da proporsi contestualmente alla dichiarazione di recesso, secondo la nuova procedura di cui al d.lgs. 5/2003, Titolo IV), ed in tal caso esso "è determinato entro novanta giorni dall’esercizio del diritto di recesso tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente; si applica in tal caso il primo comma dell’art. 1349".

 

 

2437-quater. (Procedimento di liquidazione). Gli amministratori offrono in opzione le azioni del socio recedente agli altri soci in proporzione al numero delle azioni possedute. Se vi sono obbligazioni convertibili, il diritto di opzione spetta anche ai possessori di queste, in concorso con i soci, sulla base del rapporto di cambio.

L'offerta di opzione è depositata presso il registro delle imprese entro quindici giorni dalla determinazione definitiva del valore di liquidazione. Per l'esercizio del diritto di opzione deve essere concesso un termine non inferiore a trenta giorni dal deposito dell'offerta.

Coloro che esercitano il diritto di opzione, purché ne facciano contestuale richiesta, hanno diritto di prelazione nell'acquisto delle azioni che siano rimaste non optate.

Qualora i soci non acquistino in tutto o in parte le azioni del recedente, gli amministratori possono collocarle presso terzi; nel caso di azioni quotate in mercati regolamentati, il loro collocamento avviene mediante offerta nei mercati medesimi.

In caso di mancato collocamento ai sensi delle disposizioni dei commi precedenti, le azioni del recedente vengono rimborsate mediante acquisto da parte della società utilizzando riserve disponibili anche in deroga a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 2357.

In assenza di utili e riserve disponibili, deve essere convocata l’assemblea straordinaria per deliberare la riduzione del capitale sociale, ovvero lo scioglimento della società.

Alla deliberazione di riduzione del capitale sociale si applicano le disposizioni del comma secondo, terzo e quarto dell’articolo 2445; ove l’opposizione sia accolta la società si scioglie.

 

Il nuovo procedimento di liquidazione mira a conciliare il diritto del socio uscente, ad ottenere un corrispettivo coerente con il valore effettivo della propria partecipazione, con la continuazione dell’attività sociale, nel rispetto, quindi, dell’integrità del capitale sociale e dei creditori.

Esso si articola nelle seguenti fasi:

La graduazione delle varie ipotesi trova il suo culmine con la soluzione più estrema, lo scioglimento. Essa non deve apparire eccessiva, in quanto segue ad una serie di valutazioni negative:

La dettagliata regolamentazione del processo di liquidazione permette di superare le difficoltà che si presentavano nel vigore del precedente regime, in assenza di utili e riserve disponibili sufficienti al rimborso delle azioni dei soci receduti.

In ragione del divieto di effettuare restituzioni ai soci (art.2626), la dottrina prevalente subordinava il diritto al rimborso alla presenza di utili; in mancanza, occorreva deliberare la riduzione del capitale sociale, o attendere la produzione di utili (Belviso, Ferrara jr., Corsi).

 

 

2437-quinquies. (Disposizioni speciali per le società con azioni quotate sui mercati regolamentati). Se le azioni sono quotate sui mercati regolamentati hanno diritto di recedere i soci che non hanno concorso alla deliberazione che comporta l’esclusione dalla quotazione.

 

Si introduce un’ulteriore causa di recesso per le società quotate sui mercati regolamentati, relativa alla deliberazione che comporti l’esclusione dalla quotazione.

Tale disposizione si giustifica perché la quotazione su mercati regolamentati è una caratteristica essenziale, che comporta una serie di effetti (la possibilità di rapido disinvestimento per i soci, l’assoggettamento a controlli più stringenti, etc.) di tale rilevanza, da non ritenere ammissibile che il socio ne sia privato per volontà della sola maggioranza, senza avere la possibilità di uscire dalla società.

Già il T.U. 58/1998 attribuiva il diritto di recesso (art. 131) agli azionisti dissenzienti dalle deliberazioni di fusione o di scissione che comportino l’assegnazione di azioni non quotate.

L’art. 2437 quinquies, nel recepire tale principio attraverso una formulazione più generale, completa il sistema.

Resta da verificare (ma appare preferibile una risposta negativa) se il diritto di recesso sia attribuibile anche in caso di cambiamento del mercato regolamentato di negoziazione, previsto dall’art. 133 T.U. 58/1998 (esso consente alle società quotate nei mercati regolamentati italiani, previa deliberazione dell’assemblea straordinaria, di richiedere l’esclusione dalle negoziazioni, qualora sia ottenuta l’ammissione su altro mercato regolamentato italiano o di altro paese dell’U.E., "purché sia garantita una tutela equivalente degli investitori, secondo i criteri stabiliti dalla CONSOB con regolamento").

 

 

2437-sexies. (Azioni riscattabili). Le disposizioni degli articoli 2437-ter e 2437-quater si applicano, in quanto compatibili, alle azioni o categorie di azioni per le quali lo statuto prevede un potere di riscatto da parte della società o dei soci. Resta salva in tal caso l’applicazione della disciplina degli articoli 2357 e 2357-bis.

 

Tale norma, in apparenza di mero coordinamento, si rivela in realtà di forte impatto in quanto:

Nel corpo della riforma, un riferimento al riscatto, oltre che all’art. 2357 bis (sostanzialmente invariato), si trova all’art. 2349. Esso attribuisce alla società, tra l’altro, il potere di assegnare, ai dipendenti della società o di società controllate, strumenti finanziari, diversi dalle azioni, dotati di diritti patrimoniali o di diritti amministrativi, escluso il voto nell’assemblea generale degli azionisti. In tal caso, tra l’altro, possono essere previste eventuali cause di riscatto.

Dunque, l’unico riferimento al riscatto presente nella versione aggiornata del codice (oltre al riscatto finalizzato all’annullamento del capitale, che non costituisce una novità) è fatto non con riferimento alle azioni, ma a "strumenti finanziari diversi dalle azioni".

Le nuove categorie di strumenti finanziari, previsti dall’ultimo comma dell’art. 2346, suscitano rilevanti problemi, sia di caratterizzazione tipologica, sia di disciplina applicabile. In primo luogo, anche al fine di verificare l’applicabilità degli artt. 2437 ter e 2437 quater a tali strumenti, occorre verificare se essi possono partecipare della composizione del capitale sociale. Sembra preferibile la risposta negativa, ma la questione merita approfondimenti.

La norma in commento, dunque, sembra ammettere la possibilità di prevedere, nello statuto, un potere di riscatto sulle azioni, da parte della società o dei soci (e si individua allora la disciplina applicabile, artt. 2437 ter e 2437 quater).

Occorre approfondire le seguenti questioni:

Quali limiti all’autonomia statutaria sono posti dai principi generali del sistema?